
Da qualche giorno Tawakkul Karman, l’attivista yemenita che si è ribellata alla dittatura del presidente Saleh insignita del premio Nobel per la pace è cittadina onoraria di Torino. Un riconoscimento che il consiglio comunale ha voluto tributare a lei e alle due donne liberiane Ellen Johnsone Sirleaf e Leymah Gbowee battutesi per avviare il processo democratico nel loro paese.
La visita di Tawakkul Karman a Torino si è aperta con una conferenza al Conservatorio, martedì sera. Due ore di dibattito che hanno ripercorso la sua storia e tracciato un profilo delle Primavere Arabe che hanno scosso Egitto, Libia, Yemen e Tunisia e stanno ora interessando la Siria. A condurre il dibattito la giornalista Rai ed esperta di Medio Oriente, Lucia Goracci.
Si aspettava tutto questo?
“Questo riconoscimento è un orgoglio per la Primavera Araba, un orgoglio per il popolo yemenita che si è sollevato. Ci aspettavamo questo tsunami. In Yemen la lotta è iniziata cinque anni fa, ben prima delle altre Primavere Arabe. Abbiamo iniziato a scendere in piazza perché il sistema andava sempre peggio e i media di tutto il mondo restituivano un’immagine pubblica dello Yemen lontana da quello che eravamo costretti a vivere. Abbiamo sentito il dovere di dire no e quando abbiamo deciso di scendere in strada sapevamo che avremmo vinto e che sarebbe stata la fine della dittatura. All’inizio è stato difficile, nelle strade urlavamo al popolo di svegliarsi, la gente però non ci dava retta per la paura. Eravamo poche donne e abbiamo suscitato la sorpresa di tutti. Siamo state arrestate e picchiate ma non ci siamo fermate.
Che cosa l’ha spinta a scendere in strada in un paese che per tradizione vede la donna sottomessa?
Premetto che nessuna religione è contro la democrazia. Sono i portatori della religione che interpretano male. Non dobbiamo correggere l’idea di religione ma la comprensione della religione. Io sono solo una donna in questo mondo, una donna che sogna di avere cittadinanza per tutti, uomini e donne, senza differenze. Vivevamo in un paese dove i benefici erano solo per l’autorità e per le persone corrotte che gravitavano attorno al regime. Non ho mai guardato a me stessa come donna ma come essere umano, io devo essere rispettata perché sono un essere umano, non perché sono donna. Non crediamo alla tradizione che subordini la donna all’uomo. La donna ha gli stessi diritti dell’uomo e deve partecipare alla vita sociale e politica allo stesso modo dell’uomo. La nostra è stata una lotta per i diritti di tutti e il dittatore è rimasto stupito soprattutto dal ruolo delle donne. Tutti sono utili e alla fine questo ha determinato il nostro successo.
La Primavera Araba ha rilanciato e sfruttato i social network, quanto è stata importante la tecnologia nella rivoluzione?
Tecnologia e globalizzazione hanno dato un grande contributo perché sono riuscite a rompere le catene imposte dai dittatori. In Yemen questo si è visto di meno perché il nostro è un paese dove molto spesso si fatica ad avere la corrente elettrica in modo continuativo ed esistono problemi infrastrutturali. Nella Primavera Araba la tecnologia ha posto in comunicazione le persone lontane e anche le persone di paesi diversi. I dittatori non sono più riusciti a tenere separate le persone. Grazie ai social network si è avuta la possibilità di incontrarsi e riunirsi e ha dato a milioni di persone l’occasione di discutere e confrontarsi. Sebbene in Yemen internet non fosse così diffuso noi abbiamo deciso di non arrenderci, di provarci e riprovarci fino alla fine e ce l’abbiamo fatta.
Non teme che il ruolo della donna possa perdersi dopo le rivoluzioni?
Il problema per le donne di essere leader è un problema che riguarda tutto il mondo. Non c’è ancora una vera parità. Il mondo arabo ha problemi di tradizioni e lo Yemen ancora di più. Questo è dovuto all’azione di uomini religiosi e alla presenza di dittatori chiusi propensi a peggiorare la situazione, lo fanno perché sono spaventati dalle donne. Sono necessarie due rivoluzioni, una contro l’establishment politico e una seconda contro le tradizioni religiose. Qualcosa è già cambiato perché anche l’uomo avverte quanto il ruolo della donna sia importante.
Molti in Occidente si chiedono perché nel dopo rivoluzione abbia vinto l’Islam politico quasi ovunque e temono che la rivoluzione sia stata tradita, cosa ne pensa?
E’ necessario distinguere. Vince l’Islam politico perché negli anni del regime è quello che è stato più vicino alla gente ed è stato normale scegliere l’unica alternativa al regime. Il problema potrebbe essere in futuro se non ci fosse il pluralismo che consenta una scelta ma le donne e i giovani faranno sempre da controllori del sistema. Se si dovessero allontanare dalla democrazia o ripetere gli stessi errori del regime toglieremo loro il nostro appoggio. Non ho paura dell’azione politica, ho più paura dell’assenza di azione politica. L’Occidente non deve temere perché la democrazia non si costruisce in un giorno, l’Occidente stesso ha impiegato secoli per arrivare a regimi democratici. Noi, grazie alla globalizzazione e alla tecnologia potremo arrivarci anche prima ma serve tempo.
In questi giorni gli occhi sono puntati sulla Siria, quale pensa che sia la strada per il popolo siriano?Cosa si può fare a livello internazionale soprattutto dopo il veto di Russia e Cina?
Rispondo con due frasi. Il popolo siriano vuole vincere. Il popolo siriano vincerà. A livello internazionale è necessario muoversi in fretta con manovre di embargo nei confronti di Bashar Al-Assad e del suo regime, espellendo gli ambasciatori dai paesi occidentali e congelando i suoi conti bancari. Bisogna agire nonostante il veto della Russia e della Cina ma io sono convinta che il popolo siriano alla fine ce la farà.
Cosa pensa di un intervento armato?
Non è l’unica nè la migliore delle vie possibili, è solo l’extrema ratio. E’ sufficiente l’embargo per isolare il paese.
Come può l’Occidente aiutare i paesi a completare il processo democratico?
Essendo parte della soluzione e non un problema, costruendo il nostro futuro insieme a noi anziché averne e invitando a completare il processo democratico che sarà completo soltanto con la caduta dei dittatori.